La cultura
dell'incontro

Epatite acuta da intossicazione, rischiavo di morire... poi mi hanno fatto l’ozono

Aldo Saiola, 50 anni, nel mese di aprile ha avuto l’influenza con febbre alta. Ha fatto il tampone ma non è risultato positivo al Covid. Il medico gli ha prescritto la tachipirina, tre dosi da 1000 mg per tre giorni. 

Ma la febbre non si abbassava; anzi, dopo una tregua di due giorni, è tornata più aggressiva di prima. Quindi il medico ha continuato a prescrivere la somministrazione di tachipirina per altre due settimane. 

Aldo stava sempre più male, aveva un colorito giallo, tanto che la nipotina quando lo ha visto gli ha detto che assomigliava ai Simpson. Le sue condizioni erano peggiorate al punto da non riuscire nemmeno a guidare la macchina. 

Quando era ormai in stato confusionale e con difficoltà respiratorie, si è recato in ospedale, dove gli hanno diagnosticato una epatite acuta dovuta ad una intossicazione da paracetamolo.

Una situazione gravissima, con il valore ematico della bilirubina a 40, quando il valore normale è pari a meno di 2. Parametri fuori misura anche per le Gamma Glutamil Transferasi (GGT o gamma GT) e le transaminasi, due valori che misurano lo stato di infiammazione del fegato.

Dall’ecografia risultava inoltre che il fegato era cresciuto enormemente e premeva dall’inguine fino al torace nella parte alta dei polmoni.

I medici hanno fornito ad Aldo l’ossigeno per cercare di alleviargli le difficoltà respiratorie e lo hanno ricoverato nel reparto di terapia sub-intensiva praticandogli le cure del caso, sempre discusse in maniera multispecialistica.

Ma la situazione, invece di migliorare, tendeva a precipitare; i valori continuavano a crescere. La bilirubina è arrivata a 50 e poi a 60. Una situazione sempre più grave, al punto che stava rischiando la vita. I medici sostenevano che, se entro tre giorni la situazione non fosse cambiata, Aldo sarebbe andato in coma e quindi verso il decesso.

In questo frattempo l’equipe dei medici si stava interrogando su cosa fare. Il dott. Riccardo Barchetta, Responsabile Anestesia-Rianimazione e Blocco operatorio presso il Policlinico “Luigi Di Liegro”, conosceva le proprietà chimiche e terapeutiche dell’ossigeno ozono terapia. Aveva appreso nel passato tale metodica avendo collaborato con un neurochirurgo che la praticava per i problemi alla colonna vertebrale. Aveva avviato da poco un centro per l’ozonoterapia e stava studiando con alcuni colleghi la sua applicabilità per il trattamento di gravi patologie infettive e addominali. 

Ha formulato un’ipotesi ed ha avviato un consulto per valutare eventuali rischi. Ne ha discusso innanzitutto con il suo collaboratore, il dott. Giovanni Dequerquis, anestesista e ozonoterapeuta da molti anni, che ha subito mostrato entusiasmo.

Ha quindi consultato il dott. Massimiliano Iannuzzi Mungo, medico chirurgo, responsabile del Dipartimento di chirurgia del Policlinico “L. Di Liegro”.

È stato consultato anche il prof. Pasquale Berloco, tra i maggiori esperti in materia di trapianti di fegato, il quale ha spiegato che, in un paziente in quelle condizioni, il trapianto era difficilmente praticabile.

Comunque sia, prima ancora di considerare l’efficacia, il dott. Barchetta era certo che praticando l’ossigeno ozono terapia il paziente non correva alcun rischio. L’ozono poteva solo fargli bene.

Una volta deciso di praticare la Grande autoemotrasfusione (Gaet), l’equipe medica ha spiegato ad Aldo che cos’era l’ozonoterapia che intendevano praticargli. Aldo aveva già sentito parlare dell’ozono in quanto utilizzato da personaggi impegnati in attività sportive, ma non avrebbe mai immaginato che potesse servire a curare lo stato di grave epatite in cui si trovava. Ha acconsentito e, già dopo la prima seduta, si è sentito molto meglio.

I medici hanno notato subito il suo cambiamento di condizione e di umore, ma sono rimasti cauti aspettando l’esito degli esami clinici.

Con incredulità e soddisfazione hanno constatato che la bilirubina aveva invertito la tendenza e aveva iniziato a scendere velocemente. 

Inoltre dalle ecografie risultava che il fegato si era ridotto di un centimetro dopo la prima seduta di ozono, di due centimetri dopo la seconda, e addirittura di cinque centimetri dopo la terza.

Incredibile la discesa della bilirubina, che da 60 è scesa fino a un valore 6 dopo venti giorni di trattamento con ozono.

Aldo aveva capito d’essere in pericolo di vita. Era consapevole che la terapia che i medici gli stavano praticando costituiva l’unica possibilità di salvezza.

Ha avvertito subito i benefici dell’ozono e non la smetteva più di parlare. Il dott. Barchetta ha raccontato che, durante la somministrazione dell’ozono, Aldo parlava in modo veloce e continuo, e diceva: «mi scusi dottore, ma è l’ozono che mi moltiplica le energie e mi fa parlare tanto?». 

Ora Aldo sta bene e il 30 giugno è stato dimesso perché guarito. Ringrazia i medici e l’ozono per averlo salvato, ed è estremamente grato a tutta l’equipe medica che lo ha curato.

Il dott. Barchetta ha raccontato che, quando è arrivato in ospedale, il danno epatico del sig. Saiola era grave: «Abbiamo praticato l’ozono come ultima ratio – ha precisato – anche perché l’eccesso di bilirubina portava ad un’encefalopatia molto severa con serie ripercussioni su tutto l’organismo.

In merito alla innovativa terapia applicata, il dott. Barchetta ha sottolineato, che pur non avendo un altro paziente nelle stesse condizioni con cui poter fare un confronto, non ci sono dubbi sul fatto che è stata l’ossigeno ozono terapia a salvare il sig. Saiola. Non c’è nessun’altra spiegazione plausibile. 

Prima dell’ozono, le cure consistevano nella terapia standard con soluzione glucosata e vitamine. «Gli davamo il glucosio – ha spiegato – perché il fegato era in una sorta di blocco metabolico e non produceva più glucosio. Dopo la somministrazione dell’ozono, abbiamo visto che anche la glicemia risaliva da sola senza più assunzione di glucosata».

«Sulla base di questa esperienza – ha sostenuto il medico – posso affermare che, nei prossimi pazienti, l’ossigeno ozono terapia verrà praticata al più presto, senza aspettare che le condizioni peggiorino». 

«Con il senno di poi – ha aggiunto – avremmo dovuto somministrare l’ozono al sig. Saiola appena ricoverato in ospedale. L’ozono non ha nessun effetto collaterale, quindi non si corre alcun rischio e i benefici possono essere enormi. Bisogna praticarlo con le quantità indicate dai protocolli, ma è certo che il rischio è nullo. In questa occasione ci abbiamo pensato due giorni prima di praticare l’ozono, nella prossima occasione non ci penseremo nemmeno due ore».

Un’altra vita salvata grazie all’ossigeno ozono terapia.


Per saperne di più, clicca qui


Antonio Gaspari 
Direttore Orbisphera
www.orbisphera.org
antonio.gaspari@orbisphera.org

01 luglio 2020 Indietro

Condividi